EDITORIALE - Rendere nuovamente buono

di Andrea Rinaldi - direttore editoriale

L’etimologia dl termine recupero deriva dal latino Recuperãre, re (di nuovo), cãpere (prendere)1, oppure dal latino re (di nuovo), cuperãre, da cuprus (buono), rendere nuovamente buono2.
Trattando il tema del recupero, il pensiero va immediatamente al restauro. Nel contesto culturale italiano la tradizione del restauro dei beni culturali (inteso come conservazione) è talmente radicata da far spesso confondere i contenuti dei due termini lessicali: contenuti in realtà differenti, che possono far concepire il recupero come restauro, ma non il contrario. Il restauro, infatti, si rivolge ai valori culturali e storici nell’ottica di una conservazione assoluta o quanto meno come finalità prevalente, mentre il recupero è interessato al funzionamento dell’oggetto (architettonico o di consumo che sia) per rispondere alle mutate esigenze dell’utenza e che, attraverso il recupero, può essere riportato in vita adeguandolo al regime di mercato.
Il recupero rappresenta pertanto un ambito ben più ampio del restauro, dalle molteplici sfaccettature e dai diversi risultati. La cultura del recupero, originata dalla confluenza di molteplici apporti disciplinari (dai settori scientifici a quelli più umanistici), ha acquisito nel corso degli anni un atteggiamento dialettico tra conservazione e innovazione, tra permanenza ed emergenza.
La combinazione dei due fattori di permanenza ed emergenza origina differenti approcci al progetto, tali da poter interpretare il recupero in tre diversi modi:

un atteggiamento che privilegia la permanenza conduce ad intendere il recupero come restauro, ovvero come conservazione dei segni storici e culturali. Gli elementi d’innovazione divengono elementi di disturbo e la complessità del progetto riguarda la capacità di interpretare la storia. Neutralità e discrezione rappresentano le linee guida di un progetto di restauro: non si tratta di aggiungere forzatamente un ulteriore tassello alla storia, ma di ristabilire l’equilibrio del tempo per restituirlo con pochi segni alle nuove generazioni. Il restauro rappresenta la condizione del passato, della conservazione della memoria;
un approccio che sappia abilmente mescolare permanenza ed emergenza conduce direttamente al tema della riqualificazione, o, ancor più, della rigenerazione, dove memoria e innovazione determinano diversi funzionamenti dell’oggetto, dell’edificio o del luogo urbano. E’ il campo più ampio per il progetto, ma proprio per questo il più pericoloso. Non sempre il risultato finale è sensibilmente migliore dell’esistente. La prevalenza dell’uno o dell’altro termine determina risultati sensibilmente differenti: recuperiamo il pensiero, riscriviamo gli spazi, ci riappropriamo del territorio con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dell’uomo. La riqualificazione è la testimonianza del presente, della capacità della società di innovare senza distruggere le radici su cui si regge: è un atteggiamento di coerenza e rispetto per un equilibrio sempre più instabile;
per ultimo, un atteggiamento totalmente emergente che distrugge un luogo od oggetto privo di memoria, origina qualcosa di completamente nuovo e porta ad intendere il recupero come riciclo. Spinti incessantemente a consumare, il riciclo rappresenta la condizione ultima prima dell’annullamento totale della materia. Il riciclo sarà la condizione del futuro, se si modificherà rapidamente il modo di concepire spazi, edifici e oggetti privi di valori: non rimarrà nulla da cui attingere, se non la pura quantità materiale.

Restauro, riqualificazione, riciclo sono i temi affrontati nelle pagine a seguire, nelle loro possibili declinazioni, per interpretare il recupero come modo di pensare, come strumento di relazione tra preesistenza e advenienza, come un’assunzione di responsabilità verso un futuro non troppo lontano, dove la tutela delle risorse e della qualità che l’esistente possiede divengono gli elementi di maggior importanza. Recupero significa pertanto evitare di consumare le poche risorse di cui ancora disponiamo, significa conservare per tramandare alle nuove generazioni valori culturali sedimentati, significa riscrivere un racconto per migliorarne la lettura. Rendere nuovamente buono.

NOTE

1. Cortellazzo M., Zolli P., DELI - Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli, Bologna, 1999

2. Pianigiani O., Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, F.lli Melita, La Spezia, 1998